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La critica (e l’antologista) ‘fuori di sé’ .

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Articolo postato lunedì 10 settembre 2012
da Lello Voce

Che a criticare lo spoken word siano i poeti di derivazione simbolista, orfica, o crepuscolare c’è ovviamente poco da stupirsi.
Anzi, da questo punto di vista, va loro riconosciuta la stessa coerenza che poi, platealmente, perdono quando, tenuti al guinzaglio dal proprio Narciso, salgono sul palco a pronunciare i loro versi.
In un bellissimo saggio dedicato all’oralità in poesia, ormai di qualche decennio fa, all’inizio di quella che chiamerei la stagione dei festival, Franco Fortini, appoggiandosi su testimonianze d’epoca e su qualche primitiva incisione, sottolineava l’attenzione che i poeti simbolisti ponevano, qualora dovessero leggere ad alta voce i propri versi, a far sì che la lettura risultasse il più piatta ed anodina possibile. Il perché è evidente. Non la ‘eseguivano’, si limitavano a ‘pronunciarla’. E potendo avrebbero volentieri fatto a meno anche di pronunciarla. Chapeau!

Fa più impressione, invece, che anche tra coloro che danno fiato alle loro trombe in difesa dello sperimentalismo, della ‘poesia di ricerca’ e dell’Avanguardia vi sia un nucleo, neanche troppo sparuto, di nemici giurati dell’oralità e della multimedialità.
Ne è esempio esplicito la prefazione che Vincenzo Ostuni (ma anche Marco Giovenale non perde occasione per proporre tesi bizzarramente simili) fa alla sua scelta antologica, “Poeti degli anni zero”.
Potrà sembrar strano, ma al momento di elencare i criteri di esclusione di alcuni autori dalla sua crestomazia, accanto al neo-orfismo, o neo-lirismo che dir si voglia, c’è proprio l’oralità.

Il cruccio di Ostuni (che ancora crede, con buona pace di infinite acquisizioni linguistico-antropologiche, che una lingua scritta sia più complessa e profonda di una orale, in compagnia di tanti nipotini di Benedetto Croce) è che: «la comunità critica (la ‘comunità critica’?) sia stata in certi casi indotta a una sopravvalutazione di autori i cui testi hanno il proprio principale valore nel risultare particolarmente efficaci al primo ascolto». Per poi aggiungere: «alcune esclusioni di autrici e autori affezionati a quel veicolo forse sorprenderanno, ma sono sostenute dall’intenzione di ristabilire la primazia della lettura su pagina».

Ohibò! Dunque, intanto: se si fa spoken word si è paria? Alla faccia del fatto che la poesia (unica tra le arti ad aver cambiato nel tempo il suo medium di trasmissione) sia nata arte orale e non abbia nulla a che vedere con la sua amata ‘letteratura’?
Prendo atto con stupore e provvederò a mettere una bella stella gialla sulla mia camicia prima del mio prossimo concerto di poesia…
Eh sì, perché, a parere di Ostuni è ovvio che «l’ascolto, per di più un ascolto unico, di un testo poetico non consenta al fruitore di accedere che a una minima porzione della sua ricchezza espressiva».
Polemiche a parte, posizioni del genere si portano dietro valanghe di incomprensioni e superficialità di giudizio critico.
Intanto occorrerebbe avvertire Ostuni di un po’ di evidenze: primo, che ovviamente anche i poeti che fanno spoken word scrivono i loro testi, nessuno di noi è così ingenuo da credere di trovarsi ad operare in situazione di ‘oralità primaria’, come avrebbe detto Ong.
Lo spoken word NON è ‘poesia orale’, è l’oratura di un testo scritto, ma quel testo scritto è stato composto per essere detto ad alta voce e dunque, con buona pace di Ostuni, esso sfrutterà strumenti retorici e linguistici molto differenti da quelli di uno nato per essere fruito in silenzio. Prima di tutto il verso, l’a capo, che nei due casi ha valori radicalmente differenti: decisivo nel caso di un testo ‘muto’, praticamente indifferente in un altro che fa da spartito ad un’oratura.
Dunque quell’oralizzazione, almeno in linea di principio, avrà una complessità ‘diversa’, nata per essere fruita anche all’ascolto. Secondo: Ostuni non ci crederà, ma da tempo è possibile registrare e riprodurre la voce umana, dando ad essa quella caratteristica di ricorsività che è dello scritto.
Non capisco di cosa parli quando si riferisce ad un ascolto unico… Il critico letterario, ma anche il buon fruitore, se vogliono, se ne sentono la necessità, hanno a disposizione il testo scritto e magari anche un disco.
Per altro verso, la vocalità di ogni singola oralizzazione nello spoken word è una ‘forma’ altrettanto importante e decisiva di quella più strettamente linguistica.

Ostuni è padrone di credere che ‘la maggior parte’ gli autori da lui antologizzati «abbia sviluppato un convincente stile di lettura orale», ma forse confonde la capacità di ‘pronunciare’ correttamente un testo poetico, con quella di eseguirlo davvero.
Io proprio sulla ‘maggior parte’ di loro non scommetterei a cuor leggero, mettiamola così...
Forse rileggere qualche caveat di Zumthor a proposito potrebbe aiutarlo ad avere le idee più chiare.

Ciò che colpisce è poi risentire tra le righe di questa prefazione la cupa condanna ideologica e paleo-marxista dello ‘spettacolo’, già letta ,ahimè, in certi interventi di Filippo Bettini (vero pasdaran dell’avanguardia tutta letteraria) dei primi anni Novanta.
E’ la maledizione che colpisce tutti coloro che hanno letto Debord con un occhio solo e confondono spettacolo con ‘spettacolarizzazione’.
In uno spettacolo non c’è nulla di male, o, a voler dare credibilità a Ostuni-Savonarola, e a suo cugino maggiore, Filippo Bettini, non andremo più a teatro, ad ascoltar concerti, a vedere balletti, ecc.
Ma no, dirà Ostuni, è ovvio che la rappresentazione del ‘Principe Costante’ o della ‘Classe morta’ non possano farci comprendere appieno la complessità del pensiero di Grotowsky e Kantor: no, dobbiamo leggere il copione… Ci provi e ci faccia sapere cosa ne conclude…

Per altro verso, visto che la sua scelta è stata ‘sperimentale’ e visto che, come negarlo, la neo-avanguardia italiana non può essere ridotta alle posizioni letteraturizzanti di Sanguineti e Giuliani, ma è vissuta anche della multimedialità di Balestrini, dell’oralità di Pagliarani, Costa e Vicinelli, della scommessa di Porta sulla ‘voce, Ostuni ha il suo bel da fare a riportare al pollaio della carta scritta autori che invece, proprio in quanto sperimentali, ‘di ricerca’, non si limitano affatto alla carta: salgono sul palco, collaborano con fotografi, video artisti, musicisti…
Ma lì soccorre il sottotitolo, quella è ‘poesia fuori di sé’ e chissà se il calembour è voluto, o se invece è lapsus freudiano.
Così Ostuni, da multimediali, li riduce a poligrafi, gente che scrive testi per altri, nei momenti liberi, insomma produzione, poeticamente (e letterariamente) di serie B.
Chissà che ne pensano loro, sarei curioso di sapere…

Né si fa alcuno scrupolo, per avvalorare le sue tesi, di convocare auctoritas critiche ad usum delphini: Paolo Giovannetti va bene per legittimare la poesia in prosa (muta e scritta, ci mancherebbe!), per poi dimenticarsi che proprio Giovannetti è uno degli studiosi più ferrati ed attenti della poesia oralizzata, che certo non condivide i suoi giudizi tanto tranchant sullo spoken word.
In breve: un capolavoro di fariseismo critico. Ma assolutamente sperimentale, di ricerca e d’avanguardia: ci mancherebbe altro!

8 commenti a questo articolo

La critica (e l’antologista) ‘fuori di sé’ .
2012-09-21 19:09:49|di Luigi B.

Decisamente più fruibile, interessante e utile il saggio pubblicato su inPensiero che questo articoletto alla "Satisfiction", scritto per lo spettacolo (o per la spettacolarizzazione, che dir si voglia. Anche leggendo Debord con due occhi la differenza non la vedo; forse sono orbo e non lo so. Approfitto della parentesi: lo spettacolo è un prodotto della spettacolarizzazione della esistenza imposto dal capitale: se vai a teatro e paghi per entrare, nonostante l’arte che puoi incontrare, è pur sempre spettacolo (del capitale). Il problema è proprio questo, ma non è questo il luogo né il momento).
Tornando alla questione oralità: sicuramente (e personalmente) si sente la necessità di un recupero di tale (e non unico) "aspetto" della poesia, per svincolarla da una struttura seriale, alfabetica, fraseologica con cui sempre la poesia ha finito per identificarsi. Ciò non significa, a mio avviso, scartare tutte le altre possibilità che, pur continuando a contare sull’aspetto grafico, grafemico e addirittura glifico della scrittura poetica, tentano di scardinare quel rapporto naturalizzato, ipostatizzato e definitivamente ingessato tra scrittura e poesia.
Insomma, come sempre in queste occasioni, mi vien da dire che c’è posto per tutti.
Siccome non capisco la polemica, torno al saggio su inPensiero e lo rileggo.

Luigi B.


La critica (e l’antologista) ‘fuori di sé’ .
2012-09-12 17:03:54|di Christian

Gentile Domenico,
hai letto la prefazione di Ostuni in Poeti degli anni zero?
Mi auguro di sì, perché se così non è...spiegami, come puoi commentare?
E se l’hai letta, spiegami, cosa ne pensi?


La critica (e l’antologista) ‘fuori di sé’ .
2012-09-12 16:20:00|di Domenico Alvino

Io ho l’impressione che tutto, qui, sia una melassa indistinta di cose diverse. Lasciamo stare lo sculettamento dell’usare parole inglesi,"spoken word" anziché "poesia recitata", che sarebbe espressione più adatta al caso, a motivo di quel "re" che allude a un ri-chiamare (non un word, una parola singola, ma) una poesia che non viene creata lì per lì ma è già stata creata e ci si limita a re-citarla, "richiamarla" (è ciò che in effetti avviene sempre, come di sopra è stato osservato); ma poi non è forse vero che quando si ascolta un testo, ma soprattutto un testo poetico, e tanto più se è solo "pronunciato", vale a dire spiattellato senza espressione, anche se non a velocità di mitraglia come in genere oggi si usa fare, non si ha il tempo di cogliere tutti gli stimoli testuali che attivano le operazioni di poesia (vale a dire gli effetti che se ne hanno nell’intelletto, nella fantasia, nel sentimento, nella sensibilità, nella memoria etc. etc.), cosa che invece risulta più agevole in una lettura personale, silenziosa, concentrata, arresa, preparata facendosi dentro una erasione delle attese abitudinarie, che sarebbero devianti?
Le opere teatrali? Cioè le tragedie, commedie, farse et similia? Ma sono un’altra cosa. Mentre la poesia è un congegno fonico completo in sé (ha dentro, già per sua natura, musica, ritmo, aspetti figurativi e quant’altro), l’opera teatrale trova la sua completezza attraverso una cooperazione di più mezzi e operatori (recitazione e ypokritès, danza e danzatori, musica e musicisti, costumi e costumisti, scenografia e scenografi, illuminazione e datori di luce, e poi direttore d’orchestra, coreografo e, sopra tutto e tutti, il regista che tutto armonizza e dirige verso obiettivi che egli per suo compito individua nell’insieme dell’opera. È da tutto questo insieme che sortiscono stimoli capaci di attivare le operazioni di poesia (possiamo chiamarle così anche in questo caso, dato che la poesia opera in ogni tipo di arte considerata nel suo in sé e operante con soli i suoi propri strumenti).
Quello che invece sarebbe importante è smettere di dire che la poesia è indefinibile. Se non sappiamo che cos’è non la si può né creare né cercare, sarebbe come se le forze dell’ordine cercassero un sospettato senza una fotografia o almeno un disegno approssimativo.
Abbozzare una definizione di poesia è semplice, dato che la cosa da definire è lì sotto i nostri occhi e si può esaminare e valutare. Come. Si può incominciare pensando all’avventura storica toccata alla Commedia di Dante, posto che si sia d’accordo nel considerarla opera di somma poesia. Vi pare che oggi essa sia la stessa di quanto uscì dalle mani del suo autore? Non è tutta diversa, infinitamente più profonda e vasta, chiara, irta di stimoli operativi? E questo suo vero e proprio mutamento non è forse dovuto al lavoro critico durato sette secoli? E questo lavoro non è consistito nel tirare a luce sensi e moti e allusioni e richiami non immediatamente percepibili, sicché quella sua struttura allegorica è venuta sempre più aprendosi, fino a farci vedere com’essa attraversi il passato, il presente e l’avvenire dell’uomo e dell’universo, coinvolgendo nella sua gigantesca operazione tali e tanti elementi onde si capisce finalmente che sia ciò a cui alludeva l’Alighieri dicendo “...il poema sacro/ a cui han posto mano è cielo e terra...”.
Poi ci si domandi: tutte queste cose vi sono forse state aggiunte dai critici? E voi non rispondereste che no, i critici hanno solo tratto a luce quanto nel poema già era, ma come sepolto, sotto i veli della metafora, dell’analogia, dell’allegoria? Inoltre essi non hanno tratto fuori e messo a portata di senso e d’intelletto tutti gli stimoli che vi erano sommersi?
Insomma si capisce che quell’opera, quando gli fu ascritta la parola “fine”, non era quella lì espressa e niente altro, non diceva solo ciò che diceva referenzialmente, ma era tutt’altro da quel che sembrava, e diceva anche altro da quel che diceva a filo di vocabolario. E solo essendo questo, appunto, veniva a porsi entitariamente come opera di poesia, come poesia.
Ora, poiché quando si è appena detto dell’opera dantesca si può dire più o meno di tutte le grandi opere di poesia, non si può a questo punto tentare una definizione della poesia tale che, ad onta delle diversità individuali, riesca sempre a distinguerla da altro, sia questo altro opera di scienza, di filosofia, di storia, di sociologia, di politica, insomma da tutto ciò che s’usa chiamare opera argomentativa? Ci sarebbe solo qualche difficoltà a distinguere la poesia da altri generi letterari, come la narrativa, ma è cosa che si può rimandare a dopo.
Lo facciamo questo gioco? E piantiamola di dar sempre la croce a Croce, il quale anche se ha commesso qualche errore, ha avuto tuttavia grandissimi meriti. E non facciamoci nemmeno condizionare da lui, positivamente o negativamente che sia.
Chi è lo spirito libero che vuole azzardare la prima definizione di poesia?
Domenico Alvino


La critica (e l’antologista) ‘fuori di sé’ .
2012-09-12 13:33:06|di Christian

per dovere di cronaca lo scritto di Marco Giovenale: http://slowforward.wordpress.com/20...


La critica (e l’antologista) ‘fuori di sé’ .
2012-09-11 19:39:41|di Christian Sinicco

Nelle ferite della critica Buona lettura


La critica (e l’antologista) ‘fuori di sé’ .
2012-09-10 21:45:07|

PS: peraltro io e te ci siamo conosciuti proprio ad uno slam, il primo fatto in Italia credo... E partecipavi anche tu... Ironia della sorte.


La critica (e l’antologista) ‘fuori di sé’ .
2012-09-10 21:34:38|

Vincenzo,

intanto, credimi, non c’è traccia di livore, non ce ne sarebbe ragione. Chi fraintende sei tu, che anche in questa tua risposta mi dai la certezza che per te lo spoken word è solo lo slam (e temo che tu creda anche che io passi tutto il mio tempo a far slam). Ovviamente è molto di più. Ma questo è un classico della critica italiana.
Le cose che hai scritto nella prefazione, quelle sì, sceglievano come criterio di esclusione chi metteva lo spoken word al centro della sua ricerca. Dischi ne trovi fin che vuoi, e anche file MP3 e via dicendo. Peraltro credo che chi fa critica abbia ormai il ’dovere’ di cominciare a innovare la sua strumentazione d’analisi. Il suono è una delle forme della poesia, una forma decisiva per chi fa spoken word ed è troppo comodo risolvere la faccenda dandoci degli ’spettacolisti’ e chiudendola là. Come forse sai ho appena pubblicato un lungo scritto su tutto questo, per riflettere su problemi formali che - imho - sono fondamentali. Tu parli esplicitamente di ’primazia’ della pagina scritta, questo significa escludere (e tu coerentemente lo fai) un’ampia fetta della poesia contemporanea che vive tanto sulla pagina quanto fuori di essa.
Sul ’Corriere’ ho parlato recentemente di ’filologi ad una dimensione’, una poesia è spesso (secondo me sempre, ma insomma, non litigheremo su problemi ’epidemiologici’)molto di più che un testo muto. Ecc. Ma non ti annoio, trovi tutto sullo scritto di InPensiero.

Era abbastanza ovvio che non ci saremmo trovati d’accordo - viste le tue posizioni assolutamente filologiche. E io, se lo ritengo necessario dissento pubblicamente, lo faccio spesso, niente di personale, ma per me son faccende importanti su cui dovremmo iniziare a fare discorsi ’importanti’.
Perché non provi a dimenticare un po’ quest’ossessione dello slam, ad evitare esercizi inutili come quelli di leggere 2 volte la stessa cosa ad alta voce e invece non provi a procurarti i testi e qualche registrazione e inizi a riflettere in maniera più complessa su una roba così complessa come la poesia contemporanea? Intendo dire sui rapporti tra scritto e orale, tra sintassi e ritmo, tra verso e respiro?
Spero d’aver chiarito qualcosa anch’io...
Lello


La critica (e l’antologista) ‘fuori di sé’ .
2012-09-10 19:19:28|di Vincenzo Ostuni

Lello,

mi spiace molto di questa tua lettura, che trovo, per usare un eufemismo, parziale. Credo tu fraintenda parte delle mie tesi, e soprattuto ho l’impressione di un sovrappiù di livore, che non non riesco a spiegarmi se non come una barricata personale a difesa dello slam, del tutto fuori luogo, direi. Trovo certi slam testualmente deprimenti, a volte fino all’esaurimento della pazienza e della pietù, ben diversamente da quanto accade a una lettura media e "noiosa", che so, all’ESC di Roma; ma questa non è colpa del mezzo, bensì di chi sceglie i testi. Credo, questo sì, che esista un necessario livello di analisi delle poesie che prescinda dal modo in cui vengono presentate: ho scritto che PRESCINDE dal modo, non che IMPONE un modo unico. E credo, sì, che questo genere di analisi – che è quello che metodologicamente più m’interessa - sia più semplice leggendo, in silenzio, i testi su pagina. Certo, potrebbe essere interessante anche un ascolto ripetuto, come suggerisci: ma supporti registrati del genere sono molto rari. Recentemente, invitato a una lettura, ho chiesto al mio amico e poeta Michele Fianco di leggere due volte - una lui, una io - i miei testi: si potrebbe fare anche negli slam, a volte.
Credo che il fraintendimento più vistoso - e che dunque retroagisce, svelandone le debolezze, sull’intera tua critica - riguardi il carattere "fuori di sé" della poesia degli antologizzati, che io ritengo e dichiaro integrante del loro lavoro: l’esser la poesia "fuori di sé", evocato del tutto positivamente fin dal titolo, viene brevemente ritratto dalla prefazione come una sua caratteristica che è, per questa generazione, sulla soglia, o già oltre essa, del farsene sostanziale. Niente di più diverso da come mi dipingi. Così come ritengo parte integrante del loro lavoro - ma da riequilibrare criticamente, in certi casi, con una più attenta lettura sulla pagina - la ricerca orale di coloro i quali, fra gli antologizzati, vi si riconoscono appieno.

Spero di aver chiarito qualcosa.
Vincenzo


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