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Italo Testa: La divisione della gioia

di Vincenzo Frungillo

Articolo postato giovedì 4 novembre 2010


Italo Testa è poeta, saggista e traduttore. Ha pubblicato la silloge Luce d’ailanto (in Decimo quaderno di poesia italiana, Marcos y Marcos, 2010), l’e-book Non ero io (gammm.org, 2010), il concept canti ostili (Lietocolle, 2007), la raccolta Biometrie (Manni, 2005) e il poemetto Gli aspri inganni (Lietocolle, 2004). Sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e tedesco. Autore di saggi sul pensiero contemporaneo, è co-direttore della rivista di poesia, arti e scritture «L’Ulisse».

I testi qui presentati sono tratti dal suo ultimo volume di versi: La divisione della gioia, Massa, , 2010.


da: Cantieri (sezione I)


romea, mattina


qui ho appreso la luce sciolta sugli scafi al mattino

il bordo incandescente e l’anima buia dei rami,

qui ho imparato a dissipare gli occhi, la bocca, il fiato,

a calarmi all’alba dentro a un vestito di brina,

qui ho vegliato sui fossi le canne inanimate nel bianco

la frontalità ignara di pioppi eretti come ceri,

qui ho imparato a distinguere nel manto uniforme del giorno

l’intonaco di case insaponate nella nebbia,

qui ho perduto nell’acqua il tuo pegno raschiato dal cuore

e in un pomeriggio ignaro ho confuso i corpi e i volti,

qui ho consumato gli occhi sul volto lucente del mondo,

qui sull’argine alto mi sono inumato nel freddo.

*

Da: La divisione della gioia (sezione II)

Un luogo qualunque


…o nella luce artificiale

di un neon credere che la notte

non sia notte, il verde non scintilli

immune da ogni nostro sguardo,

le merci esposte nel silenzio

di una vetrina siano lo sfondo

del nostro tranquillo sovrastare,

del dominio saldo della specie:

e quando nelle insegne luminose

che ritmano i grani dell’asfalto

hai visto il segno certo, il richiamo

ribattuto da ogni nostro passo,

o in una vetrina, controluce

hai scorto sul ripiano le pose,

le ossa spigolose del suo corpo

segnarti senza più un riparo,

come il giorno che stesa sul letto

ti sei girata, tranquilla, e hai visto

le grate che spartivano il vetro,

e alzandoti di scatto hai detto

che non sarebbe successo niente,

che tutto era ancora intatto

e mentre ti guardavo in silenzio

sei sparita nell’angolo cieco:

allora ho visto che nulla torna,

che la fragilità ci insidia

dall’interno, dentro le giunture,

s’insinua nelle vene, riveste

la piega opaca dei discorsi,

allora, chiamandoti in disparte

a fianco del letto avrei atteso,

la pelle a toccare il marmo freddo,

che tutto fosse tornato a posto,

il braccio nascosto tra le gambe,

la luce sulle mie cosce nude,

la mano a coprirti il pube:»

*

da: Delta (sezione III)


lo stacco


saltavo, ancora

inarcavo la schiena

d’un soffio mi levavo

sull’asta tesa

rovesciando la testa

nella luce affondavo

fermo a mezz’aria

con un colpo di ciglia

recidevo i contorni

la pista, i blocchi

dallo sfondo acceso

riversato sugli occhi

nell’aria tersa

eri ferma, tra tanti

sulla terra battuta

le tue cosce lucenti

e tornite dal sole

nel mattino di vita

che il mondo ci offriva

tu mi guardavi scendere

cadere sul tappeto

riaprire gli occhi

volgerli in alto, al cielo

senza vedere niente

per un momento

poi, a poco a poco i tigli

gli spalti in penombra

i tuoi fermagli

brillanti nei capelli

gli altri alle tue spalle

così lontani

dove eravate stati

in quell’istante cieco

dopo lo stacco

e la torsione in volo

dove sarete quando

cadrò senza arrestarmi

sul telo verde

dove mi attenderai

con il tuo sguardo aperto

saprai aspettarmi?


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